<<LA MIA BATTAGLIA CONTRO LA SLA >>

 

Flavio Bellamoli è malato dal 2007: «La vita porta cose belle e brutte. Vanno accettate tutte»

 

di Bartolo Fracaroli

Lo abbiamo visto per anni in Lessinia e sul Baldo, instancabile guardiacaccia della Provincia, stimato dai cacciatori seri e dagli ambientalisti, odiato dai bracconieri. Lo abbiamo visto correre all'alba per bloccare, dopo uno sparo secco, tre cacciatori di frodo: li aspettava dalla sera prima, all'addiaccio. Si finsero escursionisti, dissero di non avere armi. Lui trovò i fucili e la loro preda: una camoscia gravida.
Lo abbiamo visto anche stare fermo per ore nella neve, al buio, durante il censimento dei galli cedroni e forcelli ai passi Campione e Cerbiolo all'arrivo della primavera. Oppure, temerario, sporgersi nel canale Camuzzoni a Verona per salvare un daino che vi era balzato dentro.
Per Flavio Bellamoli, 50 anni, di Cerro, questo lavoro era la sua vita. Le cose cambiarono nell'agosto 2000, quando le squadre antibracconaggio vennero disperse. Lui accettò con dignità, in silenzio. Un logorio ulteriore che, forse, ha contribuito a minare la sua salute. Oggi Flavio Bellamoli si sottopone ogni due mesi a una terapia sperimentale a Torino, che lo aiuta a combattere il male che lo ha colpito: la sclerosi laterale amiotrofica, la famigerata SLA, meglio noto come «il male degli sportivi».



LA DIAGNOSI E IL VIAGGIO


II primo segnale della SLA lo ebbe alla fine del 2006. I medici pensarono a un'embolia d'alta quota, poi a un tumore, infine a un'ischemia. Lo ricoverarono all'ospedale di Borgo Trento nel luglio 2007. Due mesi dopo, la diagnosi. Bellamoli partì comunque per un trekking di una settimana sui Pirenei: tenda in spalla e Cico (il suo cane) al seguito che, quando era stanco, dormiva nel suo zaino. «Volevo andare a salutare per l'ultima volta le mie montagne», spiega. E’ riuscito a lavorare fino a luglio del 2008, quando ha restituito la pistola in dotazione che non ha mai usato.



LA MOGLIE È IL SUO SOSTEGNO


Ora cammina a malapena, parla a fatica, ma non ha smesso di sorridere. «La vita porta cose brutte e belle, vanno accettate tutte», dice. A sostenerlo, una moglie coraggiosa, Giusy Aganetti, che lo segue con amore, sei fratelli sempre disponibili, insieme alla madre Elisa e a tanti amici che vanno a trovarlo a Cerro, dove vive, e ricordano con lui le salite su roccia e ghiaccio, le traversate invernali di sci alpinismo,

i trekking in Africa e Sud America. Adesso lo portano sulla neve di San Giorgio, va con la moglie al Chievo di Verona, all’Uildm, per le terapie. Una fisioterapista lo cura a domicilio. Non ha più visto i suoi animali totemici, il camoscio e l'aquila, «li trovo sul computer», commenta. «Riesco a usarlo con un solo dito. Sul pc cerco informazioni, leggo, scrivo i resoconti delle imprese del mio gruppo di alpinisti (info@carnegrea.com, ndr) e le riflessioni sulla mia vita».



ORA SPERA NELLA SCIENZA


Non si lamenta mai il Flavio Bellamoli, non credente, spera nella scienza e si dice indignato riguardo il «caso Englaro». «Per la mia vita deciderò io», afferma. «E ho già deciso. Non voglio alcun accanimento terapeutico». Come non si lamenta per la malattia, così non si lamenta neppure per quel che gli è accaduto sul lavoro, il prezzo pagato per la sua coerenza. Ma non lo dimentichiamo, commosso, aprirci il baule dell'auto di servizio. Dentro c'era un capriolo impiccato dai lacci dei bracconieri. E lui lo accarezzava, piano piano, dicendogli «Scusa». Così come non lo dimentichiamo mentre stava sistemando una montagna di uccelli rari (stiaccini, forapaglie, sterpazzole, beccaccini, codibugnoli, succiacapre, gru, nibbi, gruccioni, gufi, allocchi e un'aquila) sequestrati a cinque imbalsamatori clandestini della provincia, tutte specie protette. Con voce stentata, ricorda i camosci trovati a Grezzana e Montorio (anche sullo scivolo di un garage in via Unità d'Italia a Verona) in fondo alla val Squaranto e quello ferito ma vivo in un laccio a Giazza. Racconta delle feste nelle case di riposo e nelle mense dei poveri quando portava le spoglie degli animali sequestrati (ora non più, vengono inceneriti). «La "mazzata" di essere stato privato del mio lavoro in montagna non l'ho mai superata», confessa però. «In Bolivia nel settembre 2006 ho salito la cima dell’Illimani e del Huayna Potosi con la  bronchite, nell'88 il Kilimangiaro, nel 1998 ero in ferie in Perù, nel 2003 in Marocco su Tubkal e poi sulla Cordillera Bianca ancora in Perù dove, nel 2004, ho fatto la salita dello Huascaran. Grandi zaini e grande impegno, ma tanta bellezza. Mi sentivo benissimo». Flavio Bellamoli riesce ancora a mangiare, ma fa fatica a portare il cucchiaio alla bocca, legge molti libri, racconta delle discese con gli sci dal canolone di Valdritta, dai monti Sarentini, prende le medicine indicategli a Torino, all'ospedale Molinette, dal professor Adriano Chiò che, recentemente, ha scoperto il gene della SLA, premessa di cure più efficaci. La signora Giusy lo accarezza (si sono sposati nell'85). Ora si occupa lei dell'orto e del giardino «È molto esigente, ama l'estetica», dice lei.



« MI MANCA IL LAVORO»


«Mi manca il lavoro a tutela della fauna e dell'ambiente», continua poi. «Non ho mai capito perché bisogna uccidere gli animali selvatici, la natura si equilibra da sé. La bestia più feroce è l'uomo. Mi fecero anche una mozione contro, perché ero contrario all'eradicazione dei cosiddetti nocivi». I suoi sogni?, chiediamo. «Sogno un mondo senza guardie e senza ladri», risponde. «Sogno di tornare sul lungo canalone gelato dell'Ortles, la Minnegerode Rinne, con uscita sulla Hinter-Grat, una delle mie salite di ghiaccio più belle, in vetta eravamo solo noi, i Carnegrea, o di tornare d'estate sul Lagorai a studiare i pendii da scendere d'inverno con gli sci. Sogno che, per una volta, gli animali esprimano un voto, affermino il diritto di vivere e morire in pace, secondo natura. Loro, biologicamente, vivono già meno di noi».